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The Economist, storico settimanale inglese (uno tra i più autorevoli e riconosciuti a livello mondiale) ha deciso di ridisegnare l’Europa in modo da “make life more logical and friendlier”.

La carta geografica viene così stravolta. La Svizzera si rinfresca spostandosi tra Norvegia e Svezia, La Gran Bretagna (divisa in 4 isole per l’occasione) fa da barriera a Portogallo e Spagna, cedendo le sue terre alla Polonia che si affaccia nel Mare del Nord, insieme a Lettonia, Lituania, Estonia e all’Irlanda (l’unica a restare al suo posto!).

E l’Italia?

L’Italia del Nord resta al suo posto, in modo da fondare, con l’Austria (spostatasi verso Ovest per occupare il posto vacente della Svizzera), con la Slovenia e la Croazia, una “new regional alliance (ideally it would run by a Doge, from Venice)”. Da Roma in giù l’Italia si dovrebbe staccare dal nuovo regno, formando una nazione a sè! Questa, chiamata ufficialmente Regno delle Due Sicilie, dovrebbe realmente essere denominata “BORDELLO”. Una nazione in grado di dar vita ad un’unione monetaria con la Grecia (e solamente con lei!).

E pensare che noi ce la prendiamo con Bossi & Co.

>> Qui l’articolo originale

>> Qui quello tradotto in italiano

Articolo tratto da Repubblica.it (sezione Esteri) di ieri 18 Settembre, scritto da Roberto Saviano.

Articolo che condivido in pieno. A mio avviso il miglior articolo da me letto in questo anno!

Vengo da una terra di reduci e combattenti. E l’ennesima strage di soldati non l’accolgo con la sorpresa di chi, davanti a una notizia particolarmente dolorosa e grave, torna a includere una terra lontana come l’Afghanistan nella propria geografia mentale. Per me quel territorio ha sempre fatto parte della mia geografia, geografia di luoghi dove non c’è pace. Gli italiani partiti per laggiù e quelli che restano in Sicilia, in Calabria o in Campania per me fanno in qualche modo parte di una mappa unica, diversa da quella che abbraccia pure Firenze, Torino o Bolzano.

Dei ventun soldati italiani caduti in Afghanistan la parte maggiore sono meridionali. Meridionali arruolati nelle loro regioni d’origine, o trasferiti altrove o persino figli di meridionali emigrati. A chi in questi anni dal Nord Italia blaterava sul Sud come di un’appendice necrotizzata di cui liberarsi, oggi, nel silenzio che cade sulle città d’origine di questi uomini dilaniati dai Taliban, troverà quella risposta pesantissima che nessuna invocazione del valore nazionale è stato in grado di dargli. Oggi siamo dinanzi all’ennesimo tributo di sangue che le regioni meridionali, le regioni più povere d’Italia, versano all’intero paese.

Indipendentemente da dove abitiamo, indipendente da come la pensiamo sulle missioni e sulla guerra, nel momento della tragedia non possiamo non considerare l’origine di questi soldati, la loro storia, porci la domanda perché a morire sono sempre o quasi sempre soldati del Sud. L’esercito oggi è fatto in gran parte da questi ragazzi, ragazzi giovani, giovanissimi in molti casi. Anche stavolta è così. Non può che essere così. E a sgoccioli, coi loro nomi diramati dal ministro della Difesa ne arriva la conferma ufficiale. Antonio Fortunato, trentacinque anni, tenente, nato a Lagonegro in Basilicata. Roberto Valente, trentasette anni, sergente maggiore, di Napoli. Davide Ricchiuto, ventisei anni, primo caporalmaggiore, nato a Glarus in Svizzera, ma residente a Tiggiano, in provincia di Lecce. Giandomenico Pistonami, ventisei anni, primo caporalmaggiore, nato ad Orvieto, ma residente a Lubriano in provincia di Viterbo. Massimiliano Randino, trentadue anni, caporalmaggiore, di Pagani, provincia di Salerno. Matteo Mureddu, ventisei anni, caporalmaggiore, di Solarussa, un paesino in provincia di Oristano, figlio di un allevatore di pecore. Due giorni fa Roberto Valente stava ancora a casa sua vicino allo stadio San Paolo, a Piedigrotta, a godersi le ultime ore di licenza con sua moglie e il suo bambino, come pure Massimiliano Radino, sposato da cinque anni, non ancora padre.

Erano appena sbarcati a Kabul, appena saliti sulle auto blindate, quei grossi gipponi “Lince” che hanno fama di essere fra i più sicuri e resistenti, però non reggono alla combinazione di chi dispone di tanto danaro per imbottire un’auto di 150 chili di tritolo e di tanti uomini disposti a farsi esplodere. Andando addosso a un convoglio, aprendo un cratere lunare profondo un metro nella strada, sventrando case, macchine, accartocciando biciclette, uccidendo quindici civili afgani, ferendone un numero non ancora precisato di altri, una sessantina almeno, bambini e donne inclusi.

E dilaniando, bruciando vivi, cuocendo nel loro involucro di metallo inutilmente rafforzato i nostri sei paracadutisti, due dei quali appena arrivati. Partiti dalla mia terra, sbarcati, sventrati sulla strada dell’aeroporto di Kabul, all’altezza di una rotonda intitolata alla memoria del comandante Ahmad Shah Massoud, il leone del Panjshir, il grande nemico dell’ultimo esercito che provò ad occupare quell’impervia terra di montagne, sopravvissuto alla guerra sovietica, ma assassinato dai Taliban. Niente può dirla meglio, la strana geografia dei territori di guerra in cui oggi ci siamo svegliati tutti per la deflagrazione di un’autobomba più potente delle altre, ma che giorno dopo giorno, quando non ce ne accorgiamo, continua a disegnare i suoi confini incerti, mobili, slabbrati. Non è solo la scia di sangue che unisce la mia terra a un luogo che dalle mie parti si sente nominare storpiato in Affanìstan, Afgrànistan, Afgà. E’ anche altro. Quell’altro che era arrivato prima che dai paesini della Campania partissero i soldati: l’afgano, l’hashish migliore in assoluto che qui passava in lingotti e riempiva i garage ed è stato per anni il vero richiamo che attirava chiunque nelle piazze di spaccio locali. L’hashish e prima ancora l’eroina e oggi di nuovo l’eroina afgana. Quella che permette ai Taliban di abbondare con l’esplosivo da lanciare contro ai nostri soldati coi loro detonatori umani.

E’ anche questo che rende simili queste terre, che fa sembrare l’Afganistan una provincia dell’Italia meridionale. Qui come là i signori della guerra sono forti perché sono signori di altro, delle cose, della droga, del mercato che non conosce né confini né conflitti. Delle armi, del potere, delle vite che con quel che ne ricavano, riescono a comprare. L’eroina che gestiscono i Taliban è praticamente il 90% dell’eroina che si consuma nel mondo. I ragazzi che partono spesso da realtà devastate dai cartelli criminali hanno trovato la morte per mano di chi con quei cartelli criminali ci fa affari. L’eroina afgana inonda il mondo e finanzia la guerra dei Taliban. Questa è una delle verità che meno vengono dette in Italia. Le merci partono e arrivano, gli uomini invece partono sempre senza garanzia di tornare. Quegli uomini, quei ragazzi possono essere nati nella Svizzera tedesca o trasferiti in Toscana, ma il loro baricentro rimane al paese di cui sono originari. È a partire da quei paesini che matura la decisione di andarsene, di arruolarsi, di partire volontari. Per sfuggire alla noia delle serate sempre uguali, sempre le stesse facce, sempre lo stesso bar di cui conosci persino la seduta delle sedie usurate. Per avere uno stipendio decente con cui mettere su famiglia, sostenere un mutuo per la casa, pagarsi un matrimonio come si deve, come aveva già organizzato prima di essere dilaniato in un convoglio simile a quello odierno, Vincenzo Cardella, di San Prisco, pugile dilettante alla stessa palestra di Marcianise che ha appena ricevuto il titolo mondiale dei pesi leggeri grazie a Mirko Valentino. Anche lui uno dei ragazzi della mia terra arruolati: nella polizia, non nell’esercito. Arruolarsi, anche, per non dover partire verso il Nord, alla ricerca di un lavoro forse meno stabile, dove sono meno certe le licenze e quindi i ritorni a casa, dove la solitudine è maggiore che fra i compagni, ragazzi dello stesso paese, della stessa regione, della stessa parte d’Italia. E poi anche per il rifiuto di finire nell’altro esercito, quello della camorra e delle altre organizzazioni criminali, quello che si gonfia e si ingrossa dei ragazzi che non vogliono finire lontani.

E sembra strano, ma per questi ragazzi morti oggi come per molti di quelli caduti negli anni precedenti, fare il soldato sembra una decisione dettata al tempo stesso da un buon senso che rasenta la saggezza perché comunque il calcolo fra rischi e benefici sembra vantaggioso, e dalla voglia di misurarsi, di dimostrare il proprio valore e il proprio coraggio. Di dimostrare, loro cresciuti fra la noia e la guerra che passa o può passare davanti al loro bar abituale fra le strade dei loro paesini addormentati, che “un’altra guerra è possibile”. Che combattere con una divisa per una guerra lontana può avere molta più dignità che lamentarsi della disoccupazione quasi fosse una sventura naturale e del mondo che non gira come dovrebbe, come di una condizione immutabile.

Sapendo che i molti italiani che li chiameranno invasori e assassini, ma pure gli altri che li chiameranno eroi, non hanno entrambi idea di che cosa significhi davvero fare il mestiere del soldato. E sapendo pure che, se entrambi non ne hanno idea e non avrebbero mai potuto intraprendere la stessa strada, è perché qualcuno gliene ne ha regalate di molto più comode, certo non al rischio di finire sventrati da un’autobomba. Infatti loro, le destinazioni per cui partono, non le chiamano “missione di pace”.

Forse non lo sanno sino in fondo che nelle caserme dell’Afghanistan possono trovare la stessa noia o la stessa morte che a casa. Ma scelgono di arruolarsi nell’esercito che porta la bandiera di uno Stato, in una forza che non dispone della vita e della morte grazie al denaro dei signori della guerra e della droga. Per questo, mi augurerei che anche chi odia la guerra e ritiene ipocrita la sua ridefinizione in “missione di pace”, possa fermarsi un attimo a ricordare questi ragazzi. A provare non solo dolore per degli uomini strappati alla vita in modo atroce, ma commemorarli come sarebbe piaciuto a loro. A onorarli come soldati e come uomini morti per il loro lavoro. Quando è arrivata la notizia dell’attentato, un amico pugliese mi ha chiamato immediatamente e mi ha detto: “Tutti i ragazzi morti sono nostri”. Sono nostri è come per dire sono delle nostre zone. Come per Nassiriya, come per il Libano ora anche per Kabul. E che siano nostri lo dimostriamo non nella retorica delle condoglianze ma raccontando cosa significa nascere in certe terre, cosa significa partire per una missione militare, e che le loro morti non portino una sorta di pietra tombale sulla voglia di cambiare le cose. Come se sui loro cadaveri possa celebrarsi una presunta pacificazione nazionale nata dal cordoglio. No, al contrario, dobbiamo continuare a porre e porci domande, a capire perché si parte per la guerra, perché il paese decide di subire sempre tutto come se fosse indifferente a ogni dolore, assuefatto ad ogni tragedia.

Queste morti ci chiedono perché tutto in Italia è sempre valutato con cinismo, sospetto, indifferenza, e persino decine e decine di morti non svegliano nessun tipo di reazione, ma solo ancora una volta apatia, sofferenza passiva, tristezza inattiva, il solito “è sempre andata così”. Questi uomini del Sud, questi soldati caduti urlano alle coscienze, se ancora ne abbiamo, che le cose in questo paese non vanno bene, dicono che non va più bene che ci si accorga del Sud e di cosa vive una parte del paese solo quando paga un alto tributo di sangue come hanno fatto oggi questi sei soldati. Perché a Sud si è in guerra. Sempre.

Articolo demente, a tratti trash per il contenuto, apparso oggi su Repubblica.it, sezione Scuola & Giovani.

Gli studenti del Sud sono COPIONI mentre quei CIUCCI del Nord sono trattati male… ah povera Italia, direbbe Battiato! Se gli studenti del Sud sono bravi hanno copiato o sono stati aiutati dai prof meridionali, che non aiutano gli studenti del Nord, perchè anche li i prof sono meridionali… quindi non può darsi che gli studenti del Sud siano davvero bravi, studiosi e intelligenti… alla fine dei conti, è il sud e le se persone che portano avanti l’Italia! Comunque… Buon San Lorenzo!

La decisione dopo il riscontro di “anomalie” che dimostrerebbero

“comportamenti opportunistici”. Così la graduatoria è stata invertita

di SALVO INTRAVAIA su Repubblica.it

Test Invalsi, i più bravi al Sud "Ma hanno copiato" e vince il NordGli studenti meridionali sono i più bravi d’Italia. Anzi, no: sono i più scarsi perché, nel compilare il test nazionale, hanno copiato o i prof li hanno aiutati. E’ questa la prima lettura del report appena pubblicato dall’Invasi (l’Istituto nazionale di valutazione del sistema scolastico nazionale) sul test a carattere nazionale, che gli studenti di terza media hanno compilato durante l’esame finale di giugno. Il punteggio “grezzo” per area geografica non lascia spazio a dubbi: in Italiano sono in testa i ragazzini del Centro seguiti da quelli meridionali, ultimi si piazzano gli alunni delle regioni del Nord. In Matematica per gli studenti meridionali le cose vanno ancora meglio: sono in testa, seguiti da quelli e del Centro e dai compagni settentrionali.

Ma, secondo l’Invalsi, le prove compilate dai ragazzini delle regioni al di sotto della Capitale sono “anomali”. “Ad un primo sguardo – si legge nel rapporto – i risultati complessivi sia della prova d’italiano che di quella di matematica non sembrano mettere in luce differenze molto rilevanti all’interno del Paese. In entrambe le sezioni della Prova nazionale il Nord, inteso nel suo complesso, sembra conseguire risultati leggermente inferiori al resto del Paese, mentre le restanti aree non paiono differire in modo significativo”. Possibile? Ed ecco che i dati si invertono.

“Ancor prima di analizzare i dati presentati nelle tavole – continua il dossier – è importante verificare se ed in quale misura i risultati rilevati diano qualche indicazione di comportamenti opportunistici”. In poche parole: di prof che aiutano gli allievi nelle risposte o di studenti che si aiutano copiando ed insegnanti che stanno a guardare. Ma non si era detto che al Nord ci sono tantissimi (troppi) professori meridionali? Al Nord i prof meridionali non aiutano gli studenti e al Sud gli stessi “terroni”, per usare un vocabolo che sta a cuore agli esponenti del Carroccio, danno una mano ai propri alunni? O è anche possibile ipotizzare che gli alunni del Sud sono più furbi di quelli del resto d’Italia?

Ma, se la matematica non è un’opinione, i dati vanno sgrossati dalle furberie. “Il suddetto controllo – spiegano dall’Invalsi – è stato effettuato adottando una metodologia statistica articolata e analitica volta all’individuazione dei dati anomali e della loro conseguente correzione (hard clustering)”. Ma anche applicando la complessa metodologia statistica i conti non tornano. “Tuttavia – proseguono gli esperti – , questo metodo non supera totalmente il problema della presenza dei dati anomali e non è in grado di tenere conto di nuance diverse con le quali le anomalie si possono presentare”.

Ed ecco la soluzione al dilemma. “Per questa ragione è stata adottato un ‘approccio sfuocato’ (fuzzy logic) in grado di fornire ad ogni studente un coefficiente di correzione attenuando così in maniera considerevole l’incidenza di comportamenti opportunistici”. Solo dopo la complicata elaborazione dei dati si giunge alla tabella dei “punteggi medi corretti”. Che, finalmente, ristabilisce i reali valori in campo: primi i ragazzini nel Nord, secondi i compagni del Centro e buoni ultimi quelli del Sud.

(10 agosto 2009)

Articolo tratto da Repubblica.it, sezione Scuola & Giovani.

Ecco un quadro riassuntivo di quello che diceva (bene) l’articolo da me postato dal titolo “Università, il divario delle rette: 1.300 euro al Nord, 260 al Sud“, ma sopratutto l’articolo “I meridionali emigrano ancora al nord in cerca di lavoro“. Purtroppo la maggior parte degli atenei “virtuosi” sono al Nord, e al Centro/Sud si salvano solo 7 università, tra cui (con mio sommo piacere) il Politecnico di Bari, unica università Pugliese.

Bene Trento e i politecnici di Torino e Milano. Male Macerata, Foggia e Palermo, La Sapienza di Roma, Roma 3 e Parma

di SALVO INTRAVAIA

Atenei, più soldi a quelli virtuosi Promossi 27 e altrettanti bocciatiDistribuite le pagelle agli atenei italiani: 27 università promosse e 27 bocciate. Questa mattina, il Consiglio dei ministri ha dato il via libera all’Anvur (l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario) che assorbe il Cnvsu (il Comitato nazionale di valutazione del sistema universitario) e il Civr (il Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca). Agli atenei virtuosi già da quest’anno andrà un finanziamento più consistente, quelli spendaccioni e inefficienti dovranno accontentarsi di meno risorse.

Ma non solo. Il ministro dell’Istruzione, università e ricerca, Mariastella Gelmini, ha firmato anche quattro importanti provvedimenti: quello sulla ripartizione del Fondo di funzionamento ordinario e del Fondo premiale, il taglio dei corsi inutili, i criteri di valutazione per concorsi da ricercatore e la direttiva per il varo dei concorsi 2008. Ma il provvedimento più atteso è senz’altro il primo, anche perché il ministero ha stilato una lista degli atenei migliori: promossi Trento e i politecnici di Torino e Milano, bocciati gli atenei di Macerata, Foggia e Palermo. Ma anche università come La Sapienza di Roma, Roma 3 e Parma.

“Per la prima volta in Italia – si legge in una nota – il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha assegnato una parte dei fondi destinati alle università sulla base di nuovi criteri di valutazione della qualità”. Il 7% del Fondo di finanziamento ordinario, cioè 525 milioni di euro, è stato infatti distribuito in base alla qualità della ricerca (due terzi del Fondo premiale) e della didattica (un terzo del Fondo) degli atenei. “Prende il via, dunque, con questo provvedimento il nuovo sistema di valutazione delle università italiane, grazie al quale saranno premiati gli atenei più virtuosi sulla base di criteri riconosciuti e valutati positivamente anche dalla Crui”, la conferenza dei rettori.

Per comprendere meglio l’entità delle cifre in ballo, “Trento ottiene 6 milioni di euro in più, il politecnico di Milano 8 milioni in più, Bologna 5 e Padova 4. A Foggia invece viene tolto 1 milione di euro e a Macerata meno 1,13 milioni”. Ma cosa vuol dire essere virtuosi? “Trento, ad esempio, pur essendo un piccolo ateneo, è riuscito meglio di ogni altro a intercettare, attraverso propri progetti, i finanziamenti europei. I politecnici di Milano e Torino hanno conseguito risultati importanti su didattica, ricerca, capacità di autofinanziarsi, buone valutazioni degli studenti, processi formativi positivi (numero di docenti adeguato in rapporto al numero degli studenti), presenza di molti progetti assegnati dal Programma Nazionale di Ricerca”, spiegano dal ministero.

Due agli aspetti sondati per assegnare le risorse: qualità della ricerca e della didattica. Nel primo caso si è tenuto conto delle valutazioni del Civr sulla qualità della ricerca in base a parametri internazionali, del numero dei ricercatori e dei docenti che hanno partecipato a progetti di ricerca italiani valutati positivamente e della capacità delle università di intercettare finanziamenti europei per la ricerca. La qualità della didattica è stata valutata in base “alla percentuale dei laureati che trovano lavoro a tre anni dal conseguimento della laurea, alla capacità degli atenei di limitare il ricorso a contratti e docenti esterni evitando il proliferare di corsi ed insegnamenti non necessari e affidati a personale non di ruolo”. E ancora: alla quantità di studenti che si iscrivono al secondo avendo fatto almeno i due terzi degli esami del primo anno e alla possibilità data agli studenti “di valutare attraverso un questionario la qualità della didattica e la soddisfazione per i corsi di laurea frequentati”.

Nella nota si sottolinea, con un pizzico di sorpresa, che “sono molte le università del Centro-Sud promosse: Roma “Tor Vergata”, l’Università di Chieti e Pescara, l’Università della Calabria, l’Università Politecnica delle Marche, l’Ateneo della Tuscia, il Politecnico di Bari e l’Università del Sannio di Benevento”. Tra i provvedimenti varati questa mattina c’è anche quello sul “taglio dei corsi inutili”. Il ministro Gelmini ha inviato alle università una nota illustrativa in cui sono contenute una serie di misure per eliminare i corsi di laurea non necessari. Negli ultimi mesi due corsi su dieci sono stati eliminati. E con questo provvedimento sarà possibile ridurre ulteriormente la lista. Riguardo ai concorsi per ricercatore “ogni titolo scientifico dovrà essere valutato separatamente e specificamente, per evitare giudizi sommari e approssimativi. Viene inoltre richiesto, per i settori scientifici, il ricorso a valutazioni di indici oggettivi e a sistemi di valutazione internazionali, come il Peer review: la valutazione anonima di illustri accademici internazionali. “In questo modo, si dovrebbero ridurre i margini di arbitrio delle commissioni”.

E vengono anche sbloccati 1.800 concorsi per professore e ricercatore. La direttiva sottoscritta poche ore fa avvia le procedure per la formazione delle commissioni di concorso in base alle nuove regole per il reclutamento dei professori dei ricercatori, dove prevale il sorteggio. I membri delle commissioni verranno sorteggiati da una lista di commissari eletti tra i professori appartenenti al settore disciplinare oggetto del bando. E la valutazione dei candidati avverrà secondo parametri riconosciuti anche in ambito internazionale.

(24 luglio 2009)

Articolo tratto da Corriere.it, letto da un link su facebook. Racchiude in breve la situazione economica degli Atenei Italiani. Io, facendo parte del Politecnico di Bari, mi trovo in quella fascia di atenei “poveri”, che richiedono poco e danno pochissimo. Purtroppo qui stiamo risparmiando sul nostro futuro, e questa è la maniera peggiore per essere tirchi! Quando in un’Università mancano i laboratori, mancano le sale studio ed i servizi in generale, si creano degli ostacoli agli studenti che avrebbero voglia di fare qualcosa nella propria vita, ma sono costretti a restare in seconda linea, penalizzati!

Certo, molti degli ipotetici lettori potranno dire: “e perché vai a Bari? Potevi andare al Nord?”. Io vi rispondo: “se tutti noi andiamo al nord, come farà il nostro amato Sud a progredire? I risultati delle ricerche dello Svimez indicano chiaramente che “Nel solo 2008 sono oltre 122mila i residenti delle regioni meridionali partiti verso il Centro-Nord a fronte di un rientro di circa 60 mila persone. Oltre l’87% delle partenze ha origine da Puglia, Sicilia e Campania“. Se continuiamo così, al sud resteranno soltanto 4 gatti, forse un po’ di più.

Gli studenti del Mezzogiorno pagano poco grazie alle esenzioni. E i servizi, quindi, sono scadenti

ROMA – Nell’università di Lecce— ateneo finito al penultimo posto nella graduatoria sulla qualità del Sole 24 Ore—la tassazione media si aggira intorno ai 350 euro l’anno. Senza scomodare il Mit o altre università americane da 40 mila euro l’anno, si tratta di una cifra superiore di soli 150 euro rispetto a quanto una famiglia spende per mandare un figlio al liceo. Al Politecnico di Milano, primo nella stessa graduatoria, uno studente spende mediamente quattro volte tanto.

Tra i due estremi si posizionano decine e decine di università con una caratteristica comune: più si scende a Sud più le tasse calano. Calano, spiegano i rettori, in ragione del minor reddito delle famiglie e quindi dell’esenzione totale o parziale cui hanno diritto gli studenti, ma anche per una precisa scelta di chi governa, quella di non scontentare famiglie e studenti, secondo questa logica: ti offro poco ma chiedo poco. Eppure il danno, per le stesse università, è rilevante. «Le 18 università delle regioni che fanno capo all’Obiettivo 1 (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna, Sicilia, Molise), dove il Pil pro capite è inferiore al 75 per cento della media Ue—ricorda il filologo Corrado Petrocelli, rettore dell’università di Bari—nel solo 2006 hanno ricevuto, per ragioni di reddito, 229 milioni di euro in meno rispetto a quelle del Centro-Nord».

Un dato che fa paura, se si pensa che il taglio di 700 milioni di euro previsto per il 2010 dalla Finanziaria rischia di portare al collasso il nostro sistema. La differenza di contribuzione tra Nord e Sud è davvero forte. I dati raccolti dal Cnvsu (Comitato nazionale di valutazione del sistema universitario) parlano chiaro: la tassa compresa tra i 1.000 e i 1.500 euro l’anno negli atenei del Nord è quella più comune (33,9 per cento). Succede anche al Centro (21,5%). Nelle università del Sud invece troviamo in questa fascia solo il 7,4% degli iscritti. Nelle università del Sud la fascia di tasse in cui si concentra il maggior numero di studenti è quella compresa fra i 300 e i 400 euro (20,4%). Nel Nord a pagare quel tipo di contributo è solo il 3,4%, il 5,8% al Centro.

Se esaminiamo i dati del Cnvsu sugli esoneri dalle tasse universitarie divisi per macroaree le conclusioni non cambiano. La maggior parte di giovani che usufruiscono di questa provvidenza si trova nel Sud. Più esattamente il 18% — calcolato sugli iscritti in corso—gode di un esonero totale mentre il 19,5% ha diritto a un esonero parziale. Nel Nord-Est abbiamo rispettivamente un 15,4% e un 8,3%. Nel Nord-Ovest un 12% e un 3,5%. Il Sud è certamente penalizzato, rispetto al Nord e al Centro, da un minor reddito delle famiglie. Tuttavia questa differenza che certamente esiste giustifica un simile divario nei contributi? I dati del Cnvsu lasciano spazio a domande che da tempo attendono risposta.

Compresa quella più inquietante, sulla veridicità delle dichiarazioni al fisco: come è possibile che figli di operai e di impiegati con stipendi bassi non rientrino nei requisiti necessari per godere delle provvidenze per il diritto allo studio, mentre figli di professionisti con redditi meno accertabili riescono a farvi ricorso? I rettori degli atenei del Sud sono consapevoli dell’anomalia dei contributi degli studenti. Circa un terzo dei 60 mila iscritti, ricorda il rettore di Bari Corrado Petrocelli, gode di esoneri totali o parziali. L’università ha avviato una politica di miglioramento dei servizi (disabili, iscrizioni online, biblioteche, edilizia) senza la quale diventa impossibile per qualunque rettore aumentare le tasse. Ma anche così non sarà facile alzare i contributi. «Nel nostro territorio sono venuti meno 35 mila posti di lavoro — spiega il rettore —.

Cinquanta studenti mi hanno già annunciato che il prossimo anno non potranno pagare le tasse». Giovanni Latorre, rettore dell’Università della Calabria (tassazione media circa 600 euro su un reddito medio di 18 mila euro), l’unica del Sud che aderisce al gruppo Aquis (11 atenei che si battono per la qualità), ricorda che ogni anno vengono completamente esonerati dal pagamento delle tasse 8.000 studenti su 35 mila, e che le compensazioni da parte dello stato a Cosenza come altrove non sono mai arrivate. «Aumentiamo costantemente le tasse — dice —. Il nostro sistema di imposizione è identico a quello della Sapienza di Roma ma i nostri studenti, per le condizioni di reddito, pagano mediamente 100 euro in meno».

Un piano che prevede un aumento delle tasse, a partire dai fuoricorso, è stato appena varato dall’università di Palermo, che con i suoi 360 euro di tassazione media figura come la terza università più a buon mercato d’Italia. Palermo ha fatto un grande sforzo per migliorare i servizi però deve fare anche i conti con una diminuzione delle entrate, ha affermato il rettore Roberto Lagalla. L’ateneo prevede di incassare da 35 milioni a 40 milioni di euro entro il 2010. Il Politecnico di Bari (ha guadagnato il ventesimo posto nella graduatoria del Sole 24 Ore) vanta in assoluto la tassazione più bassa tra gli atenei statali, appena 300 euro. Corrispondono al 7% del Fondo di finanziamento statale.

Il Politecnico pugliese potrebbe esigere dagli iscritti tre volte tanto di tasse. Per il rettore Salvatore Marzano è un vanto. «Stringeremo la cintura fino a quando potremo—afferma—. Abbiamo scelto di non gravare sulle famiglie. I servizi che offriamo comunque sono dignitosi». «Lo scorso anno abbiamo chiesto un aumento di 60 euro ai nostri studenti — aggiunge il rettore —. C’è stata una protesta e ci siamo fermati a 30 euro. Riconosco che li abbiamo abituati male». Nessuna protesta nell’altro Politecnico, quello di Milano, dove è in vigore la tassazione media più elevata. «Abbiano un ottimo rapporto con gli studenti — dice il rettore Giulio Ballio —. Diamo loro tanti servizi (orientamento, servizio di placement, laboratori didattici, servizi per handicappati) e loro accettano il nostro sistema di tassazione ».

«La tassazione—continua Ballio— deve corrispondere alla qualità dei servizi: a questo scopo abbiamo istituito una commissione paritetica formata da rettore, direttore amministrativo, funzionari e studenti con il compito di controllare la qualità dei servizi». Il gettito di tasse del Politecnico di Milano, secondo il ministero dell’Università, supera non di poco l’importo massimo consentito per legge. «Ma i fondi che riceviamo dallo Stato — conclude il rettore Ballio—sono inferiori al dovuto di 40 milioni di euro. I nostri conti sono giusti».

Giulio Benedetti
19 luglio 2009

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