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Ieri, spulciando il mio Feed Reader mi sono imbattuto in un articolo di Peter Gomez, “Cosa nostra e cosa loro, una lettera da Palermo” pubblicato su Antefatto, il blog de “Il Fatto Quotidiano”. Più dell’articolo mi ha colpito il file pdf allegato all’articolo. Una lettera di Marini Antonello, Ass. Capo della Polizia di Stato di Palermo. La lettera mi ha colpito così tanto che ho deciso di pubblicarla…

Vi consiglio di leggerla!

Il sottoscritto Ass. C.po della P. di S. MARINI Antonello, fa presente quanto segue: Domenica 29 novembre verso le ore 21,00 circa, mi trovavo presso l’armeria del Reparto Scorte, notavo un giovane collega avente in mano un “Pappello” di moduli in carta riciclata, quando in quel momento fui colto da un irresistibile necessità di ispezionare quei fogli, come colto da un irresistibile richiamo chiesi al collega di mostrarmeli, quindi estrapolandone dal mazzo uno in particolare, con grande stupore e meraviglia condivisa dai colleghi presenti, notai immediatamente che si trattava dell’ordine di servizio ORIGINALE del 23 maggio 1992, e più precisamente l’ordine di servizio della Quarto Savona 15 e 15 Bis. Proprio lei la Scorta del Giudice Falcone, l’ordine di servizio del giorno della strage, ed ebbi la sensazione che quel foglio, mi avesse in qualche incomprensibile modo chiamato. Faccio presente che di tale fatto, al termine di un breve interminabile emozionantissimo e commovente silenzio, è seguita una condivisa manifestazione di rabbia e grande risentimento, nell’essersi resi conto che un documento di inestimabile valore, quale prova inconfutabile per coloro che portano il ricordo sincero nel cuore, che il 23 maggio sia realmente esistito e che quegli equipaggi erano reali, L’ORDINE DI SERVIZIO PER IL QUALE SONO ANDATI A FARE IL LORO DOVERE PER L’ULTIMA VOLTA quei nostri colleghi. Non siamo riusciti a comprendere come abbia potuto quel prezioso reperto, finire nella carta riciclata, ECCO SCUSATE L’IGNORANZA, LA SCARSA INTELLIGENZA, SE VOGLIAMO LA NOSTRA STUPIDITA’ MA NON RIUSCIAMO A COMPRENDERE, come quel documento con quei nomi, sia potuto diventare spazzatura e del perché invece, innumerevoli colleghi abbiano immediatamente sentito la necessità la voglia, di fotocopiarlo, con la fotocopiatrice di reparto, con la carta di reparto, con quella carta tanto preziosa bianca che si deve risparmiare, e se qualcuno pensa che questo sia stato un abuso o un comportamento illegittimo perché noi, perché io cercassi di salvare la memoria del foglio, di quel foglio di quel maledetto giorno, faccio presente che in quel momento ero il più alto in grado e ho autorizzato tutto io, e che mi assumo tutta la responsabilità di legge e regolamento, ecce homo, ecco il petto, come io e i ragazzi delle scotte siamo abituati a mostrare sempre, quando usciamo di servizio con i CESSI DI AUTO che ci date per lavorare, mentre le personalità e soprattutto i politici hanno le auto blindate alla moda, VIP ultimò modello, sedili in pelle e tutti gli optional, confort e soprattutto ben BLINDATE, tanto per loro si, che non sono mai soldi sprecati. Parole pesanti? Be non girerò la faccia facendo finta non vedere e non capire, io sono delle Scorte, e la paura io non la conosco più, me l’hanno rubata il 19 luglio del 1992. Qualcuno pretende dai dipendenti Pubblici un GIURAMENTO, ma prima di far giurare gli altri, che li mantenessero loro i giuramenti, come quello che ci avevano fatto per bocca del ministro dell’interno e del capo della Polizia, dopo le stragi, che a Palermo, mai più, mai più, avremo lavorato senza auto blindate. BUGIARDI, BUGIARDI. Quante brillanti carriere a tutti i livelli, più splendenti delle comete, quanti elogi encomi, persino chi ha salvato il gatto della nonnina sul ramo dell’albero è stato encomiato. Agli uomini che salivano sulle croma e alfettone blindate, quando c’era da sporcarsi le mutande e pochissimi volevano fare quello sporco lavoro, nessuno ha mai detto neppure grazie.
Perché andare avanti, davanti a tanta ingratitudine? Per il solito maledetto motivo di sempre, perché questo è il nostro “sporco” sacro lavoro, perché non saremo mai da meno ai nostri EROI e mai li disonoreremo. Signor Questore la prossima volta che qualcuno decide di premiare qualcuno, mi dia l’opportunità di farle presente anche, qualche nome dei ragazzi delle Scorte, e giuro davanti a Dio, che sono uomini che se lo meritano davvero per la devozione, il coraggio lo spirito di sacrificio con il quale anche oggi continuano a proteggere nonostante mai come ora il livello di sicurezza per la pelliccia dei ragazzi delle scorte sia stato così basso. Si parla tanto di valori, di ideali, ecco noi li abbiamo fatti nostri, ma per condividere certe cose, occorre avere oltre alla voglia di far carriera e mettersi in evidenza, anche una capacità dell’anima che si chiama SENSIBILITA’ quella che è mancata, nel far insensibilmente circolare, ciò di cui abbiamo illustrato e non accorgersi o non aver previsto che, tra la carta straccia c’era qualcosa, che pecchi ha questa capacità la SENSIBILITA’, avrebbe quantomeno fatto girare qualcosa, nello scoprire che per quello che qualcuno considerava solo carta da riciclare e che pure non riusciva a capire, che per quel banalissimo foglio, considerato spazzatura, potesse esserci qualcuno e più di uno, disposto rischiare tutto quello che ha, come avevano già fatto i suoi compagni a maggio e a luglio del 92. Quel foglio mi ha chiamato, era l’originale ed ora è mio, perché l’ho raccolto dai rifiuti e non lo darò mai a nessuno che io non voglia. Forse qualcuno pensandoci meglio, si renderebbe conto che dovrebbe chiedere scusa, e quel qualcuno non sono io.

L’alcool, se assunto in forti dosi,  può provocare danni al fisico. Ma una birra, meglio ancora se “tarantina doc”, sorseggiata comodamente intorno ad un tavolo, in una piazza di paese, magari con persone che hai conosciuto 10 minuti prima, può aprire la mente. E così si passa dalla pasta “ex-presidenziale” barese, alla politica americana, passando da valutazioni pessimiste sul popolo italiano.

Eh si! Il popolo italiano. Qualcuno dice di averlo intravisto da qualche parte, in qualche sobborgo meridionale, ben nascosto. Il Popolo, colui che regge una Nazione, colui che a suon di Rivoluzioni ha fatto cambiare il corso della storia. Sembra proprio che l’Italia sia un “paese senza popolo”, una Nazione individualista, in cui nessuno pensa al bene comune, e tutti cercano l’auto-celebrazione, la notorietà, la gloria. Una Nazione in cui il Grande Fratello è uno stile di vita, in cui tutte le ragazze vogliono diventare Veline e tutti i ragazzi calciatori, in cui se sei un ragazzo e vuoi lavorare devi arruolarti o, nelle migliori delle ipotesi, lavorare in nero, sottopagato e sfruttato dal padrone di turno. Un paese in cui la cassa-integrazione è diventato lo sport nazionale, in cui si taglia su tutto: Scuola, Università, Fas (Fondo per le aree sottosviluppate – da destinare in gran parte al Mezzogiorno), Cinema, Cultura, Sport… un paese in cui il popolo non riesce a ribellarsi, non riesce a guardare oltre i problemi personali, non riesce a coalizzarsi contro “il potente”.

E’ questo che manca all’Italia: manca la Rivoluzione. Siamo una Nazione piatta, dedita alla mafia e al malaffare (siamo il paese più corrotto dell’Europa Occidentale!). Tutte le grandi Nazioni hanno avuto una rivoluzione: c’è stata quella Francese, quella Americana, quella Russa… ma in Italia niente! Si, certo, abbiamo avuto il Risorgimento, ma è stato bloccato dopo 60/70 anni dal Fascismo! Si, certo, abbiamo avuto anche i Partigiani e la Costituzione, ma dopo 50/60 anni da quella storica liberazione siamo ritornati in un “Regime Legalizzato”.

Eh si… un “Regime” perché è giusto e doveroso chiamarlo così. Abbiamo l’informazione bloccata, la massificazione del pensiero, un “grande capo” autoritario che non perde occasione per attaccare i suoi avversari nei modi più scellerati… ditemi voi se questo non è un regime!?!?

Legalizzato” perché la legge, che dovrebbe essere uguale per tutti, che dovrebbe proteggere tutti, è manipolata per garantire l’incolumità di pochi.

Per il resto del mondo siamo una barzelletta, un paese parzialmente-libero.

L’Italia è un Paese senza Popolo, e continuerà ad esserlo fino al momento in cui qualcuno deciderà di rimboccarsi le maniche e cercherà di crearlo, il Popolo.

La vedova Borsellino rompe il silenzio "Perdono gli assassini solo se dicono la verità"PALERMO - Dopo 17 anni di silenzio Agnese Borsellino, la moglie del magistrato ucciso nella strage in via D’Amelio, ha deciso di infrangere la regola del silenzio che si era imposta, parlando di suo marito, del suo esempio, di quel 19 luglio 1992 e di chi ha dato la vita per proteggerlo. La vedova ha ricordato quei giorni in un’intervista a La Storia siamo noi, per una puntata dal titolo “57 giorni a Palermo. La scorta di Borsellino”, in onda domani alle 23.30 su RaiDue.Anche Pietro Grasso torna a parlare della strage di via D’Amelio dopo le recenti dichiarazioni di Totò Riina e dopo la riapertura dell’inchiesta sull’omicidio del giudice Paolo Borsellino e della sua scorta. Rivelazioni da cui sono scaturite reazioni e commenti – da Nicola Mancino all’epoca ministro dell’Interno, al procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia – proprio nei giorni della marcia delle agende rosse e dell’anniversario della strage.

“Pensare che si possa venire a un qualsiasi accordo con la mafia è fuori da qualsiasi considerazione” ha detto il procuratore nazionale antimafia Grasso a Palermo, a margine della deposizione di una corona di fiori in memoria di Boris Giuliano, ucciso dalla mafia il 21 luglio 1979. “La cosa terrificante – ha aggiunto Grasso – è che a Palermo si muore mentre si fa il proprio dovere. Quello di Boris Giuliano è stato l’inizio di una serie di morti terribili, con l’eliminazione fisica di tutti coloro che ostacolavano l’organizzazione mafiosa”.

Nell’intervista a La storia siamo noi, Agnese Borsellino racconta a distanza di tanti anni che il marito era sicuro che la sua morte avrebbe scosso le coscienze. “Due giorni prima che lui morisse mi ha detto: ‘Io non vedrò i risultati del mio lavoro, li vedrete voi dopo la mia morte, perché la gente si ribellerà, si ribelleranno le coscienze degli uomini di buona volontà “.

Parlando degli assassini che hanno ucciso suo marito, la signora Agnese ammette di essere pronta a perdonarli ma solo se avranno il coraggio di dire la verità, tutto quello che sanno. “Se mi dicono perché l’hanno fatto, se confessano, se collaborano con la giustizia, perché se arrivi a una verità vera, io li perdono, devono avere il coraggio di dire chi glielo ha fatto fare, perché l’hanno fatto, se sono stati loro o altri, dirmi la verità, quello che sanno, con coraggio, con lo stesso coraggio con cui mio marito è andato a morire”.

“Di fronte al coraggio io mi inchino – aggiunge – da buona cristiana dire perdono, ma a chi?, io perdono coloro che mi dicono la verità ed allora avrò il massimo rispetto verso di loro, perchè sono sicura che nella vita gli uomini si redimono, con il tempo, non tutti, ma alcuni si possono redimere è questo quello che mi ha insegnato mio marito”.

Poi ricorda quel 19 luglio del 1992. “Era una giornata normale, mio marito si sentiva molto stanco, voleva accontentare me e i miei figli e fare una passeggiata a Villa Grazia, al mare. Alle 16.30 quando sono venuti gli altri sei uomini della scorta, è andato dalla sua mamma perché doveva accompagnarla dal medico. Ha baciato tutti, ha salutato tutti, come se stesse partendo. Lui aveva la borsa professionale, e da un po’ di giorni non se ne distaccava mai. Allora mi è venuto un momento di rabbia, quando gli ho detto: ‘Vengo con te’. E lui ‘No, io ho fretta’; io: ‘Non devo chiudere nemmeno la casa, chiudo il cancello e vengo con te’. Lui continuava a darmi le spalle e a camminare verso l’uscita del viale, allora ho detto: ‘Con questa borsa che porti sempre con te sembri Giovanni Falcone’. Sono arrivata a dire queste ultime parole”.

Agnese parla poi degli uomini della scorta. “Per me erano persone, come per mio marito che facevano parte della nostra famiglia e vivevano quasi in simbiosi con noi, condividevamo le loro ansie, i loro progetti. Un rapporto oltre che di umanità, di amicizia e di reciproca comprensione e rispetto”.

(21 luglio 2009)

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